"ACAB", vita da celerini
Stefano Sollima, regista di "Romanzo Criminale - La serie", debutta sul grande schermo con "ACAB", tratto dall'omonimo romanzo di Carlo Bonini sulla vita degli uomini del reparto della Celere.
Martedì 24 gennaio 2012
Un'opera con una forte connotazione sociale, che offre un nuovo punto di vista sulla violenza della società odierna. Ecco come il regista Stefano Sollima, al suo debutto sul grande schermo, e i protagonisti, Pierfrancesco Favino, Filippo Nigro, Marco Giallini, Andrea Sartoretti e Domenico Diele raccontano l'esperienza sul set di "ACAB - All Cops Are Bastards".
Si percepisce nel film una sorta di vocazione classica, nell'uso degli scudi, nello scontro fisico, ma il film è ovviamente carico di elementi sociali. Quali ispirazioni ha avuto il film?
Stefano Sollima: La mia intenzione era quella di fare un film di genere. Sicuramente il film ha un'iconografia che si presta e ricorda lo spirito gladiatorio, che viene anche rievocato dal graffito sul muro della caserma. Volvevo appunto fare un film di genere, ma intelligente, una sorta di poliziesco anni '70, quel tipo di intrattenimento intelligente.
Daniele Cesarano: Ci siamo ispirati al libro, che a sua volta si basa su testimonianze reali. Anche durante i nostri incontri con i poliziotti abbiamo ricavato alcuni particolari che si ritrovano nel film, come il fatto che spesso nel loro tempo libero si dedichino a sport come il rugby o il football americano. La componente adrenalinica si mescola alla comprensione e all'esplorazione.
Avete ricevuto qualche contributo da parte delle forze dell'ordine e qualche feedback?
Marco Chimenz: Non abbiamo ricevuto nessun contributo, nessun mezzo, nessuna caserma è stata messa a disposizione , ma bisogna dire anche che nessuno ci ha ostacolato, come nel caso in cui abbiamo girato davanti al Viminale o al Parlamento. Ringrazio per quanto riguarda la produzione Gina Gardini. Non sappiamo a che livelli sia stato visto il film, nè esiste una reazione ufficiale. A livello personale sappiamo che ci sono state sia reazioni positive sia negative.
Per un film simile gli attori devono affrontare una preparazione molto rigorosa. Come avete gestito la preparazione ai ruoli e come sono cambiate le vostre opinioni sulla vita dei celerini?
Pierfrancesco Favino: Abbiamo affrontato degli addestramenti sportivi di rugby e abbiamo appreso le tecniche fondamentali di attacco e difesa. E' un film molto fisico, durante il quale sono nate delle reazioni spontanee e molte idee preconcette sono state smentite. Stare dietro allo scudo, indossando un casco, in una situazione di tensione e pressione con continue provocazioni e insulti ti fa vedere le cose da un punto di vista diverso. Nasce un'aggressività spontanea che ovviamente chi è addestrato deve saper gestire.
Filippo Nigro: C'era un pregiudizio quando abbiamo incontrato i poliziotti. Sono persone in qualche modo abituate ad usare la violenza e spesso si forma tra loro una sorta di senso dello Stato personale. Nel film c'è lo spettro del G8 che aleggia e che li ha compromessi. Sicuramente dopo il film qualche giudizio e la percezione generale sono cambiati.
Marco Giallini: E' stato un film molto duro, con una preparazione molto ardua. Si è formato un forte senso del gruppo. Non avevo dei veri pregiudizi perchè non ho mai avuto a che fare con il reparto celere.
Andrea Sartoretti: La mia opinione si è sicuramente arricchita. Si percepisce la tensione alla quale questi uomini sono sottoposti, sono in pratica pagati per vivere una guerra civile quotidiana.
Domenico Diele: Ho compreso a fondo le ragioni del reparto. Adesso ho più strumenti per valutare.
Dopo il film sui Black Bloc e quello sulla Diaz "ACAB" potrebbe controbilanciare l'immagine dei poliziotti?
S.S.: E' un caso che i film escano in date più o meno vicine, il materiale dal quale è nato il film, il libro di Carlo Bonini, esiste da 4-5 anni. Non parliamo di Genova perchè non ci sembrava di avere qualcosa da aggiungere su quell'argomento. Non è un film sulla celere e sul loro punto di vista, nè è un film a loro favore. Il G8 è un fatto eccezionale mentre qui si rappresenta l'odio nella società in cui viviamo, ma lo mostriamo da un diverso punto di vista.
Carlo Bonini: Il film è molto fedele allo spirito del libro, ne ha colto molto bene l'approccio e lo sguardo. La realtà raccontata dal punto di vista dei poliziotti è più complessa, ci obbliga a fare i conti con una parte di noi che rifiutiamo. Bisogna liberarsi dal ricatto della morale, altrimenti si finisce per raccontare solo ciò che è funzionale al nostro pensiero.
Pensate che questo film possa criminalizzare le forze dell'ordine? C'è un 'profilo del celerino'?
Stefano Sollima: E' molto difficile generalizzare. Penso che di base ci possa essere un'attitudine, ma dare una classificazione politica per tutto non credo sia possibile. Ci sono posizioni molto diverse, non riesco a immaginare i celerini come una massa, come un gruppo con le stesse idee. I fatti che raccontiamo sono la verità, non si tratta di criminalizzare, si raccontano anche eventi che fanno parte della nostra storia e li raccontiamo con correttezza.
P.F.: Non è un problema di moralità, ma di moralismo. Il film ha un atteggiamento morale e mostra la realtà così come è. Non si decide di prendere le parti, ma si cerca di far capire le ragioni di determinate azioni.
Carlo Bonini, gli attori si sono confrontati con lei per dei consigli?
C.B.: Non c'è stato un confronto diretto, ho scelto di rimanere 'fuori dal coro' per quanto riguarda interventi diretti sul film, a parte ovviamente il confronto con gli sceneggiatori. Credo che sia giusto che abbiano affrontato l'esperienza come ho fatto io quando ho iniziato a lavorare al libro.
Si percepisce nel film una sorta di vocazione classica, nell'uso degli scudi, nello scontro fisico, ma il film è ovviamente carico di elementi sociali. Quali ispirazioni ha avuto il film?
Stefano Sollima: La mia intenzione era quella di fare un film di genere. Sicuramente il film ha un'iconografia che si presta e ricorda lo spirito gladiatorio, che viene anche rievocato dal graffito sul muro della caserma. Volvevo appunto fare un film di genere, ma intelligente, una sorta di poliziesco anni '70, quel tipo di intrattenimento intelligente.
Daniele Cesarano: Ci siamo ispirati al libro, che a sua volta si basa su testimonianze reali. Anche durante i nostri incontri con i poliziotti abbiamo ricavato alcuni particolari che si ritrovano nel film, come il fatto che spesso nel loro tempo libero si dedichino a sport come il rugby o il football americano. La componente adrenalinica si mescola alla comprensione e all'esplorazione.
Avete ricevuto qualche contributo da parte delle forze dell'ordine e qualche feedback?
Marco Chimenz: Non abbiamo ricevuto nessun contributo, nessun mezzo, nessuna caserma è stata messa a disposizione , ma bisogna dire anche che nessuno ci ha ostacolato, come nel caso in cui abbiamo girato davanti al Viminale o al Parlamento. Ringrazio per quanto riguarda la produzione Gina Gardini. Non sappiamo a che livelli sia stato visto il film, nè esiste una reazione ufficiale. A livello personale sappiamo che ci sono state sia reazioni positive sia negative.
Per un film simile gli attori devono affrontare una preparazione molto rigorosa. Come avete gestito la preparazione ai ruoli e come sono cambiate le vostre opinioni sulla vita dei celerini?
Pierfrancesco Favino: Abbiamo affrontato degli addestramenti sportivi di rugby e abbiamo appreso le tecniche fondamentali di attacco e difesa. E' un film molto fisico, durante il quale sono nate delle reazioni spontanee e molte idee preconcette sono state smentite. Stare dietro allo scudo, indossando un casco, in una situazione di tensione e pressione con continue provocazioni e insulti ti fa vedere le cose da un punto di vista diverso. Nasce un'aggressività spontanea che ovviamente chi è addestrato deve saper gestire.
Filippo Nigro: C'era un pregiudizio quando abbiamo incontrato i poliziotti. Sono persone in qualche modo abituate ad usare la violenza e spesso si forma tra loro una sorta di senso dello Stato personale. Nel film c'è lo spettro del G8 che aleggia e che li ha compromessi. Sicuramente dopo il film qualche giudizio e la percezione generale sono cambiati.
Marco Giallini: E' stato un film molto duro, con una preparazione molto ardua. Si è formato un forte senso del gruppo. Non avevo dei veri pregiudizi perchè non ho mai avuto a che fare con il reparto celere.
Andrea Sartoretti: La mia opinione si è sicuramente arricchita. Si percepisce la tensione alla quale questi uomini sono sottoposti, sono in pratica pagati per vivere una guerra civile quotidiana.
Domenico Diele: Ho compreso a fondo le ragioni del reparto. Adesso ho più strumenti per valutare.
Dopo il film sui Black Bloc e quello sulla Diaz "ACAB" potrebbe controbilanciare l'immagine dei poliziotti?
S.S.: E' un caso che i film escano in date più o meno vicine, il materiale dal quale è nato il film, il libro di Carlo Bonini, esiste da 4-5 anni. Non parliamo di Genova perchè non ci sembrava di avere qualcosa da aggiungere su quell'argomento. Non è un film sulla celere e sul loro punto di vista, nè è un film a loro favore. Il G8 è un fatto eccezionale mentre qui si rappresenta l'odio nella società in cui viviamo, ma lo mostriamo da un diverso punto di vista.
Carlo Bonini: Il film è molto fedele allo spirito del libro, ne ha colto molto bene l'approccio e lo sguardo. La realtà raccontata dal punto di vista dei poliziotti è più complessa, ci obbliga a fare i conti con una parte di noi che rifiutiamo. Bisogna liberarsi dal ricatto della morale, altrimenti si finisce per raccontare solo ciò che è funzionale al nostro pensiero.
Pensate che questo film possa criminalizzare le forze dell'ordine? C'è un 'profilo del celerino'?
Stefano Sollima: E' molto difficile generalizzare. Penso che di base ci possa essere un'attitudine, ma dare una classificazione politica per tutto non credo sia possibile. Ci sono posizioni molto diverse, non riesco a immaginare i celerini come una massa, come un gruppo con le stesse idee. I fatti che raccontiamo sono la verità, non si tratta di criminalizzare, si raccontano anche eventi che fanno parte della nostra storia e li raccontiamo con correttezza.
P.F.: Non è un problema di moralità, ma di moralismo. Il film ha un atteggiamento morale e mostra la realtà così come è. Non si decide di prendere le parti, ma si cerca di far capire le ragioni di determinate azioni.
Carlo Bonini, gli attori si sono confrontati con lei per dei consigli?
C.B.: Non c'è stato un confronto diretto, ho scelto di rimanere 'fuori dal coro' per quanto riguarda interventi diretti sul film, a parte ovviamente il confronto con gli sceneggiatori. Credo che sia giusto che abbiano affrontato l'esperienza come ho fatto io quando ho iniziato a lavorare al libro.
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