L'abbiamo vista in molte fiction da "Perlasca"a "Distretto di polizia", ed ora in onda su Rai Uno con "Il Restauratore" di Salvatore Basile accanto a Lando Buzzanca. Ma il piccolo schermo non è la sua unica passione, infatti Elena si destreggia anche tra il cinema e il teatro. Scopriamo insieme a lei i suoi progetti presenti e futuri.
Ti stiamo vedendo in televisione nella fiction di Rai Uno, "Il Restauratore". Cosa ci puoi raccontare del tuo personaggio?
Sarò la protagonista della quinta puntata con il personaggio di questa donna, che durante una rapina in una farmacia viene incastrata all’interno del negozio e sequestrata da un ragazzo che aveva bisogno di farmaci.
Come è stato lavorare con Lando Buzzanca e Salvatore Basile?
Prima di tutto è stato bellissimo lavorare con Lando Buzzanca, una persona disponibilissima e una vera e propria scoperta, perché un po’ tutti noi di una certa generazione lo conoscevano nelle commedie italiane degli anni’70 ma in realtà lui è un attore di teatro che fa venire nostalgia delle commedie italiane con Tognazzi. Grandi attori che facevano commedie divertenti e goliardiche, e ci viene un po’ di tristezza ripensando alle commedie di oggi. Lando è bravissimo, abbiano girato a Belgrado che è una città molto bella, ed è stato molto bello anche il rapporto con il regista Salvatore Basile. Lui è stato attento nella scelta del cast, abbiamo fatto tanti provini, una cosa un po’ insolita per la televisione, visto che a volte i registi tendono a lavorare con persone che già conoscono, con cui hanno già lavorato in passato, invece Salvatore ha fatto questo cast con molti attori che vengono dal teatro, ed è stato molto disponibile. Non sempre in televisione ciò accade, non per colpa di qualcuno ma per colpa del tempo.
Hai lavorato in molte fiction televisive tra cui "Perlasca", "Marcinelle", "Commesse 2", "Distretto di polizia", e molte altre. Che genere di fiction preferisci?
Quest’ultima fiction in cui ho lavorato è molto divertente, con il personaggio di Lando Buzzanca che attraverso delle visioni, chiamate ‘luccicanze’, riesce a vedere le persone in difficoltà e a salvarle. Mi sono molto divertita a girarla, ma diciamo che le serie che preferisco sono quelle storiche. Ne ho fatte parecchie, da "Perlasca" a "Marcinelle" e la cosa che mi attrae di più è che si raccontano delle storie vere, e per girarle spesso si va sul luogo. Per esempio abbiamo girato "Perlasca" a Budapest, per "Marcinelle" non siamo andati in Belgio ma in Polonia, c’è questa parte del viaggio, che non è solo fisica, ma che è legata al viaggio nella storia, che per me è bellissima. Tu in "Perlasca" sei Anna, una ragazza ebrea che subisce violenza, e non un personaggio di sola fantasia, comunque sia c’è una storia che è quasi vera. Mentre quando fai "Distretto di polizia" ci sono dei personaggi di pura fantasia e senti anche meno la responsabilità di una storia vera. Il problema è che sono sempre molto più costose, proprio per il fatto che si gira all’estero, però questo tipo di fiction ha secondo me anche una funzione di tipo educativo.
Oltre all’impegno televisivo c’è anche quello a teatro. Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Ho chiuso l’8 di gennaio ‘Addio al nubilato’ di Francesco Apolloni al teatro la Cometa di Roma, e sono tornata da poco da Lucca dove ero in scena al teatro del Giglio con ‘4:48 Psychosis’ con la regia di Valentina Calvani, con questi progetti quest’anno andremo in giro per l’Italia. Due lavori completamente diversi: il primo è una commedia leggerissima, e lo si capisce già dal titolo. Cinque donne che s’incontrano per festeggiare l’addio al nubilato di un’amica, ed ognuna di loro ha una sua personalità e le sue insicurezze. Io sono Carla un’appassionata di new-age, di energia, la quale ritiene che le persone non siano in realtà antipatiche ma il problema sarebbe legato all’energia negativa, riconducendo qualsiasi cosa ad una disposizione sbagliate degli oggetti o al loro colore; come ad esempio la sua macchina beige, che le ha portato una vita con colori sbagliati, quindi la soluzione è farla rossa, per ricondurla verso l’amore. Un atteggiamento che è normale in certi momenti della nostra vita, ma ci sono persone che invece vivono proprio in questa dimensione, che va anche oltre la superstizione, un modo anche di proteggersi e una forma di speranza, pensando che rinnovando qualcosa si possa fare un reset della propria vita. Ed infatti questa Carla arriva a dire:"Io non mi chiamo più Carla il mio nome è fenicottero!
Quindi da una parte questa commedia leggerissima e dall’altra ‘4:48 Psychosis’ che ha un registro completamente diverso...
Con ‘4:48 Psychosis' abbiamo iniziato l’anno scorso a Roma, con un bel feedback di recensioni, ci stiamo lvorando con grande fatica, perché è un’autoproduzione, ma anche con un’inesorabile continuità cercando di andare avanti.
Oltre al teatro quali sono i tuoi progetti futuri?
Dovrei fare il film di Vittorio Moroni con Beppe Fiorello, con un titolo che è ancora provvisorio: "Se chiudo gli occhi ti vedo", le cui riprese dovrebbero iniziare a marzo. Il mio personaggio è quello di una professoressa che segue un bambino filippino che ha perso il padre. La sua storia è un po’ una parabola, una favola: un bambino con al fianco due insegnanti che cercano di aiutarlo. È molto bella la storia perché il bambino è filippino, quindi sembra parlare di una storia di extracomunitari, ed invece non è così! La particolarità di questo film sta proprio nel fatto che attraverso dei volti non italiani, ma che sono totalmente integrati nella nostra realtà, si riesce a raccontare la storia di un bambino filippino che però potrebbe appartenere a qualsiasi bambino di 12 anni che vive qui in Italia. Anche perché se tu vai in una scuola elementare è pieno di bambini, per esempio con gli occhi a mandorla, che parlano il dialetto romano, storie d’integrazione avvenuta, siamo ormai alla seconda generazione d’immigrati. In questo contesto io sarei una di queste insegnanti, l’altra è Sara d’Amario, che sembra essere più cinica, più dura, ma in realtà poi nel corso del film si vedrà che non è così, perché io voglio semplicemente aiutare il bambino a stare in piedi; mentre l’aiuto dell’altra insegnante si dimostrerà più empatico che sostanziale, anche se io all’inizio vorrei cacciarlo da scuola perché non s’impegna, ma in realtà così lo sprono. Il mio è un personaggio un po’ strano anche fisicamente perché sono zoppa.
Abbiamo visto come tu spesso cambi mezzo espressivo tra tv, cinema e teatro, cosa preferisci?
Ho la fortuna di aver iniziato con il teatro, che fa presupporre di essere voce, corpo ed occhi, tutto in movimento, quindi in realtà recitare per me, e devo dire che ho avuto dei buoni insegnati, è raccontare una storia. Questa è la ‘scatola grande’, poi hai diversi strumenti: in teatro sei proprio te con il tuo corpo e la tua voce che vai verso il pubblico, se vuoi che ti guardino un ginocchio devi fare in modo che loro ti guardino il ginocchio, nel cinema e in televisione viene la cinepresa che te lo riprende, ed è tutto più filtrato dall’occhio del regista e poi dall’occhio del montatore. L’unica cosa che non mi piace del cinema e della televisione è che io sul set mi annoio un po’, perché ci sono troppe attese. Mentre il teatro è più attivo ed inoltre l’attore è molto più libero di esprimersi. Capita a volte che in televisione o al cinema certi attori vengano definiti un po’ ‘teatrosi’, magari perché non ci si rende conto di quanto vicina ti viene la cinepresa, ma questo secondo me è un po’ una scusa, perché anche in passato grandi attori di teatro come Gassman, provenivano dal teatro ma poi hanno fatto molto bene anche al cinema, quindi magari si dovrebbe avere l’opportunità di fare qualche esperienza.
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