Il Libano e le donne di Nadine Labaki

Domenica 29 maggio 2011
Dopo il successo ottenuto al Toronto Film Festival (dove ha conquistato il Premio del pubblico) e in vista di una probabile candidatura agli Oscar, arriverà il 20 gennaio nelle sale italiane "E ora dove andiamo?" della cineasta libanese Nadine Labaki, che esordì nel 2007 con "Caramel", presentato al Festival di Cannes.
Ecco come la regista, insieme al marito Khaled Mouzanar, che ha curato le musiche del film, ha raccontato il suo ultimo lavoro.
Già con "Caramel" aveva coniugato abilmente commedia e politica. Da dove deriva questa passione per il mix di generi tanto diversi come il dramma, il musical e la commedia?
Nadine Labaki: Non analizzo mai il perchè delle mie scelte, spesso solo dopo, quando le persone me lo chiedono, capisco meglio perchè ho fatto una determinata scelta. In Libano quando eravamo bambini c'era la guerra quindi la maggior parte del nostro tempo la trascorrevamo in casa, perchè non potevamo stare fuori a giocare. Io guardavo moltissimo la televisione, per capire cosa succedeva nel mondo esterno, per sognare. E' in quel periodo che ho capito che sarei diventata una regista, perchè volevo creare realtà diverse dalla mia. Il mix di generi, la commedia, il musical, il dramma, mi permette sognare. La situazione da noi a volte è così assurda che non si può fare altro che ridere. Attraverso lo humor puoi dare inizio ad un vero processo di guarigione. Ci sono tantissime donne che hanno perso i figli in guerra e che portano il lutto, ma nonostante questo continuano a ridere. Non esiste una sola prospettiva per guardare le cose. La musica è un altro elemento fondamentale per rendere il mio messaggio più universale, esattamente come lo sono i conflitti: non volevo concentrarmi sulla specificità dei luoghi o del conflitto e la musica dà al tutto un aspetto quasi da favola, irreale.

Come mai ha scelto di aprire il film con una scena di danza?
N.L.: La scena di danza mi è stata ispirata da tutte quelle donne che hanno perso i loro figli in guerra. Le donne che portano il lutto si lasciano spesso andare a gesti aggressivi che assumono la valenza di un rituale. Non so come riescono a sopravvivere a un simile dolore e questo è il mio modo per fare loro un tributo, così come la dedica finale del film "alle nostre madri". Ho cercato di creare dei piccoli movimenti sincronizzati che potessero esprimere la loro sofferenza e ci siamo tutti concentrati molto su questa scena, anche perchè le attrici non sono professioniste. E' stata la prima scena che abbiamo girato, quella che mi ha dato la giusta emozione per andare avanti nel film.

Si parla di una possibile candidatura all'Oscar per questo film. Quali sono le sue sensazioni a riguardo?
N.L.: In Libano non c'è una vera industria cinematografica, quindi fare un film è veramente difficile. E' straordinario quello che sta succedendo con questo film, tutta l'attenzione che ha ricevuto. E' importante anche per riuscire a costruire un'industria cinematografica in Libano, o almeno per sognare di averla.

Nel film si vedono donne che, seppure colpite da terribili dolori, hanno una forza straordinaria. Fino a che punto le donne possono arrivare per ottenere la pace?
N.L.: Non ho una risposta definitiva, tanto che il mio film si conclude proprio con una domanda che rimane senza risposta. Il mio scopo non era dimostrare che la pace verrà dalle donne, perchè non so se sarà così. Come essere umano, come donna e come madre mi sento responsabile di questa situazione, e la colpa non è degli uomini, ma degli esseri umani. Il problema è la paura che abbiamo del diverso, anche tra vicini di casa. E' questo che voglio sondare nel film, anche se potrà sembrare ingenuo il mio scopo è quello di provare a cambiare qualcosa. Essendo donna osservo le cose da un punto di vista femminile. In Libano si vedono vicini di casa puntarsi addosso le armi quando magari la sera prima hanno cenato insieme: bisogna reagire a questa assurdità.

Cosa ne pensa delle 'primavere arabe'?
N.L.: Sono molto orgogliosa anche perchè le donne hanno ottenuto molto e, anche se il film è stato scritto prima, sento in qualche modo di aver fatto parte anch'io della 'primavera araba'. Sono comunque un po' scettica perchè bisogna vedere come verrà gestita la situazione.

Ha visto "Incendies"?
N.L.: L'ho visto e mi è piaciuto molto. Nel film il Libano non viene mai nominato, proprio come nel mio. E' un argomento molto delicato, quando ci relazioniamo agli eventi tendiamo a categorizzare, mentre in casi come quello del Libano è meglio evitare di essere specifici e parlare in modo universale.

"E ora dove andiamo?" è uscito in Libano? Quali sono state le reazioni?
N.L.: Il film è uscito ed è stato un grande successo, quasi un fenomeno. Quando si è iniziato a parlare dell'Oscar tutti si sono sentiti coinvolti e pregano per noi. Questo significa che il film parla di un sentimento comune, la gente ne ha abbastanza, vuole vivere normalmente e vuole la pace. Non ci sono state reazioni negative o aggressive e il film è argomento di molti dibattiti e talk show. Il titolo è diventato una specie di motto, uno slogan.
Khaled Mouzanar: La canzone che cantano le donne quando preparano i dolci con l'hashish è stata cantata in un asilo da un gruppo di ragazzini durante una festa nazionale: probabilmente non sapevano nemmeno cosa stavano cantando, ma dà un'idea di come il film è stato accolto.

Perchè è stato girato in arabo sebbene in Libano si parli anche inglese e francese?
N.L.: Per me è stato naturale girarlo in arabo. Mi piaceva anche l'idea che lo potesse vedere più gente possibile e che potessero tutti sentire questa bellissima lingua. Il mio scopo è mostrare un lato diverso del mondo arabo, che spesso è visto sotto una cattiva luce. E' una sfida far conoscere la mia cultura da un nuovo punto di vista, non stereotipato.

Quali sono i suoi obiettivi come regista? Hollywood è una meta o un luogo dal quale fuggire?
N.L.: Finchè a Hollywood mi permettono di fare quello che mi piace, per me andrebbe anche bene, ma non è mai stato un mio sogno. Il mio scopo è quello di sperimentare con la realtà, flirtare con essa; anche per questo uso attori non professionisti. Voglio fare film per cambiare qualcosa e far sì che la gente si identifichi. Voglio che il cinema sia un'arma di cambiamento basata sulla realtà, anche se è ingenuo è questo il mio sogno.

Si considera un alter ego femminile di Suleiman?
N.L.: Non mi considero il suo equivalente femminile, ma il nostro approccio, un realismo contaminato da elementi fiabeschi, è simile.

Khaled Mouzanar, come vede il mondo artistico libanese maschile una donna 'a capo' del cinema libanese?
K.M.: In realtà in Libano tantissimi registi, forse la maggior parte, sono donne. Non ho mai percepito gelosia nei confronti del successo di Nadine, è molto amata. E' entusiasmante per me condividere con lei la vita e la nostra attività artistica.
Mattia Pasquini

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