Intervista a Bertrand Blier, regista di "The Clink of Ice"
Abbiamo incontrato il regista francese, famoso per il forte anticonformismo e il suo 'dark humour', ed ecco cosa ci ha raccontato
Ci sono tantissimi modi per raccontare una malattia. Bertrand Blier
sceglie quello meno convenzionale e forse più sorprendente...e fa
centro!
Il titolo di questo film è traducibile in Italiano come ‘il tintinnare del ghiaccio’. A cosa intendeva fare riferimento quando ha scelto questo titolo?
Il riferimento è al protagonista del film, Charles, interpretato da Jean Dujardin. Charles è un personaggio che è stato lasciato dalla moglie e che cresce il figlio da solo, ma per consolarsi beve tanto vino e si porta appresso il secchio con il ghiaccio. Quindi il riferimento è al suono emesso dalla bottiglia nel ghiaccio.
Quindi non è un riferimento al tema centrale del film, ovvero la malattia del cancro, come avremmo potuto pensare?
Si e no. Ovviamente il ghiaccio porta con se la sua connotazione gelida, e fa pensare a un corpo all’obitorio.
Esploriamo allora da vicino il suo riferimento al cancro. Naturalmente è tra le malattie più diffuse della nostra epoca. Lei ha scelto di affrontare l’argomento in modo ilare, ironico e comico (personificando il cancro stesso, tramite l’interpretazione di Alberto Dupontel). Come mai questa scelta? La considera un modo di spronare le persone a vincere la malattia?
Oramai si può guarire dal cancro. La scienza e la medicina hanno fatto grandi progressi da questo punto di vista. Un malato, eseguendo una buona terapia, può portare avanti una vita normale e fare le cose che fanno tutti: lavorare, avere un vita familiare stabile e anche fare l’amore. È indispensabile la condivisione con un buon medico, grazie al quale si possa continuare a vivere appieno e intensamente. Non è quindi una condanna a morte, agendo adeguatamente esisterà sempre la possibilità di guarire.
E ha scelto di comunicare questo messaggio appunto in chiave comica, dove magari per altri poteva costituire materiale per un film drammatico e introspettivo.
In fin dei conti è una caratteristica della cultura francese: ci piace affrontare le tematiche - anche drammatiche - con una certa leggerezza. Può darsi che in Italia si sia tendenzialmente più seriosi e introspettivi con le tematiche che riguardano la vita e la morte. In Francia mi è capitato di incontrare persone in punto di morte che ci ridevano e scherzavano sopra - è un modo di vivere e di esorcizzare le cose: il dramma esiste, ma ci ridiamo sopra. Siamo diversi ad esempio dal cinema russo che tende ad essere altamente drammatico nella sua esposizione.
Quali sono state le sfide più grandi nel realizzare questo film?
1 soldi, 2 soldi, 3 soldi. A parte gli scherzi, il finanziamento è sempre il passaggio più delicato. Per il resto, realizzare un film è come andare in vacanza: è un divertimento. Non è una cosa difficile: trovati gli attori giusti, sei già a metà dell’opera.
È contento dei riscontri ottenuti dal pubblico fino a questo momento?
Sì, devo dire di sì. Soprattutto perché una parte importante del pubblico ha applaudito alla fine delle proiezioni, e non è un cosa che capiti sempre.
Vorrei farle una domanda sul cinema francese contemporaneo. In Italia per esempio, almeno fino all’uscita a breve distanza di “Gomorra” e “Il divo”, abbiamo vissuto una depressione, preoccupati di non essere più in grado di replicare i successi del passato. Come vede oggi l’industria del cinema francese?
Italia e Francia hanno una storia diversa. In Italia per anni siete stati tra i primi al mondo, ed è normale che venga fuori il divario quando il cinema non produce più le opere di una volta. In Francia non abbiamo mai raggiunto certi risultati, occasionalmente facciamo qualche film di spicco, altrimenti ci concentriamo più sul nostro output televisivo, senza pretendere di essere una grande industria del cinema a livello mondiale. Siamo gli stessi del passato e ci accontentiamo dei buoni risultati, quando li raggiungiamo.
Parliamo della sua eredità familiare. Suo padre, Bernard Blier, è stato un grande attore che ha girato centinaia di film. Come mai lei si è concentrato più sulla sceneggiatura e la regia, trascurando quasi del tutto di fare l’attore?
Non mi è mai piaciuto fare l’attore. Avevo chiare molto presto le mie vocazioni, svolgendo la mia prima regia a ventun’anni.
Ci parli dei suoi progetti futuri, ha già in mente altri film?
Per adesso no, ma il mio prossimo progetto riguarda il teatro. Il 9 settembre esordisce a Parigi “Sorry for the carpet”, commedia comica che ho scritto e della quale ho curato la regia. Quindi appuntamento in platea!
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