L'Aquila secondo Giuseppe Tandoi
La vita di un gruppo di ragazzi tra le macerie di una città distrutta, in cerca di leggerezza e normalità
Il terremoto dell'Aquila visto da un gruppo di giovani pieni di speranze e di voglia di ricostruire, tra amori che nascono, musica, esami universitari. La 'normalità' che emerge dalla tragedia, la vita che ricomincia nonostante tutto. E' proprio sull'importanza della rinascita e della voglia di fare che si focalizza "La città invisibile", film d'esordio di Giuseppe Tandoi, "aquilano d'adozione", come lui stesso si definisce. Un'opera concepita e realizzata in tempi brevi, una favola d'amore che tenta di portare un briciolo di leggerezza nel mezzo di una catastrofe. Ecco come il regista, gli attori Roberta Scardola e Nicola Nocella, i produttori Emanuele Nespeca e Mimmo Casillo e il responsabile della distribuzione (Iris Film) Christian Lelli raccontano la genesi di quest'opera prima.
Quali sono le caratteristiche principali del film?
Christian Lelli: Questo è il secondo film che distribuiamo su L'Aquila, dopo "Sangue e Cemento". Questo film è però molto diverso, ha uno sguardo giovane ed è fatto dai giovani che hanno vissuto il luogo e l'esperienza del terremoto. Non è un film politico, è uno spunto di vitalità perchè L'Aquila deve tornare viva. Lo scopo è quello di ricordare L'Aquila in un'ottica di ricostruzione. Il film uscirà il 30 luglio, ma in Abruzzo aspetteremo il 27 agosto, poichè in quella data e nei due giorni successivi si celebra la Festa della Perdonanza, alla quale gli aquilani sono molto legati.
Giuseppe Tandoi: Io sono aquilano d'adozione. La mia attività di filmmaker era già iniziata prima del terremoto e avevo già in cantiere un progetto per una mia opera prima. Mi sono innamorato de L'Aquila e c'era già in me il desiderio di dedicarle un film. Ricordo molto bene la sera del terremoto e la notte trascorsa davanti alla basilica di Collemaggio, quando sentivamo che stava arrivando la scossa, che stava per succedere qualcosa. Dopo il terremoto sono tornato per un mese al mio paese d'origine, Corato, in Puglia, poi sono tornato a L'Aquila. Sono stato fortunato, non solo perchè sono vivo, ma anche perchè la mia casa ha resistito e sono potuto tornare subito, ma intorno a me la vita si era interrotta. Inizialmente ho provato un senso di rifiuto per quella città distrutta, non volevo prendere la telecamera, non volevo vedere nulla. Non volevo fare un film di dolore, ma di speranza. Sapevo di volere come sfondo la tendopoli, anche se il film è una semplice fiaba d'amore. Le associazioni hanno deciso di sostenermi e hanno creduto nel progetto, il Ministero l'ha riconosciuto come opera di interesse culturale e in due mesi abbiamo realizzato tutto. In tendopoli ci hanno accolto tutti molto bene e in molti hanno partecipato attivamente. Questo film non ha la pretesa di essere un documentario o un film-verità, è solo una fiaba. La nostra è stata un'esperienza non solo cinematografica, ma anche di vita.
C. L.: Ci tengo a sottolineare che parte del ricavato andrà alla ricostruzione della chiesa di Santa Maria degli Angeli.
La realtà in questo film prende il sopravvento sulla fantasia, è come se lanciasse uno sguardo positivo e assolutorio. Non le sembra che si possa considerare il contrapposto di "Draquila"?
G.T.: No, non è in opposizione con "Draquila". Il film dice che gli sfollati sono stati sistemati, ma anche che la città va
ricostruita, per questo l'ho intitolato "La città invisibile". Non volevo fare un film politico. Il finale del film della Guzzanti non dà nessuna speranza, mentre io credo che impegnandosi qualcosa potrà cambiare. Ci credo e ci devo credere. Per quanto riguarda gli scandali spero solo che si faccia giustizia, non mi interessa la 'questione destra o sinistra'.
Roberta Scardola: Quando mi hannop chiamata per il provino mi trovavo a L'Aquila per un progetto di beneficienza. Ho visto tanti ragazzi senza speranza, senza voglia di fare nulla, nemmeno di incotrarsi per prendere un caffè. Quando mi hanno fatto la proposta temevo si trattasse di qualcosa di tragico. Questo film invece può servire ai ragazzi per incoraggiarli a innamorarsi, a vivere di nuovo. Io ho vissuto per tre mesi nelle tendopoli e il film da questo punto di vista è molto realistico. I ragazzi delle tendopoli mi hanno spinta ad accettare il progetto, che a qualcuno sicuramente non piacerà, ma penso che tutti siano d'accordo con l'esigenza di dare speranza e un po'di leggerezza.
C. L.: Il film è un progetto sociale e giovanile, la politica e le sue manovre non c'entrano nulla.Nicola Nocella, come è stato coinvolto nel progetto, che la vede protagonista di un omaggio a John Belushi?
N. N.: Giuseppe è un amico, lo conosco dal suo primo corto ed è stato il primo a pagarmi, quindi gli sono molto riconoscente. Siamo conterranei ma ci siamo conosciuti a Roma cinque anni fa. Mi ha chiamato tre settimane prima di cominciare le riprese e io non potevo, ma alla fine mi ha convinto. E' un film sulla speranza e io mi diverto a fare questo mestiere. Per questo personaggio mi sono molto mascherato, è del tutto sopra le righe, ed è un'occasione per divertirsi, per questo ho accettato il ruolo. Ho visto "Draquila", che reputo un capolavoro, e mi ha suscitato una grande rabbia. Nel nostro film vedo la speranza, abbiamo fatto una fiaba, per raccontare la storia di un gruppo di ragazzi che ci riprova. Certo la tragedia è troppo fresca per non pensare a tutto quello che c'è di negativo, ma bisogna ricominciare. Giuseppe si è innamorato non solo del progetto, ma di quello che racconta. E'innamorato dell'emozione e noi abbiamo provato a raccontarla, da esordienti.
Com'è stata l'esperienza per i produttori?
Mimmo Casilla: Una bellissima esperienza, anche perchè parte degli incassi è destinata ad un progetto importante, abbiamo creduto molto in questo progetto.
Emanuele Nespeca: Il cinema non deve essere solo denuncia, e questo progetto ci ha convinti.
Giuseppe Tandoi: Ringrazio tutti per questo miracolo, la produzione e la troupe che è molto giovane, tutta under 35, e viene dall'Accademia dell'Immagine e dal Centro Sperimentale.
Le discriminazioni razziali che si vedono nel film sono una realtà delle tendopoli?
G. T.: Sì, nelle tendopoli hanno vissuto insieme realtà opposte, potevano trovarsi fianco a fianco la famiglia e la prostituta, e questo crea problemi di convivenza. Ho conosciuto molti immigrati che sono stati discriminati. I torti si trovano da entrambe le parti, la situazione in cui si trovavano gli sfollati non permettevano di nascondere nulla, le convenzioni sociali erano scardinate.
R. S.: Io nelle tendopoli ho vissuto e la discriminazione era tangibile, spesso c'erano tavoli dai quali gli immigrati erano esclusi e stessa cosa accadeva per i bagni.
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